Educare è lasciar crescere

Pubblicato il 12/05/2019

L’educazione è lasciar crescere

 

I giovani spesso vogliono tutto e subito, non sono inclini all’attesa. E così il buon educatore ha il compito primario della comprensione, della pazienza anche dianzi all’errore e alla fretta del ragazzo. Anzi, deve accogliere la sfida che gli viene posta e deve accettare che l’errore entri nella vita del giovane affinché maturi e cresca.

 Anche su questo aspetto il Vangelo ci da numerosi spunti. Tutti conosciamo per esempio la parabola del Figliol prodigo. Il giovane è impaziente, reclama subito la sua eredità perché vuole sentirsi libero. Pretende. L’evangelista Luca infatti mette sulla bocca del giovane la forma imperativa: “Dammi!”. Il Padre poteva anche rifiutarsi perché nella legge ebraica l’eredità spetta solo dopo la morte di quest’ultimo. Ma lo lascia libero di percorre la sua strada.

Il Figliol prodigo corrisponde perfettamente alla fisionomia di molti giovani anche di oggi: ribelli e disubbidienti all’autorità. Ma qui entra in gioco un altro aspetto fondamentale del buon educatore, quello di non imporre la propria visione del mondo e accettare il rischio educativo che è il rischio stesso che appartiene alla libertà dell’uomo. È  comprensibile, eppure non è così.

Siamo dunque educatori quando trattiamo i giovani con i guanti di velluto? Accettiamo la possibilità che il giovane possa fare le sue scelte e magari sbagliare? Questo vale in ogni ambito: nella famiglia, in parrocchia, a scuola. Vorremmo che i figli o i discenti fossero modellati passivamente a nostra immagine e somiglianza. L’approccio iperprotettivo naturalmente è, come si suol dire, a fin di bene, soprattutto per i genitori in un epoca in cui si hanno pochi figli e sui quali si riversano tutte le attenzioni.

Certamente la parabola evangelica ha un lieto fine: il giovane dopo aver sperperato tutto il patrimonio si ritrova nella miseria e rientra a casa pentito come un cane bastonato. La reazione del padre è di chi usa misericordia, quella di accoglierlo con un abbraccio e baciarlo. Non sempre è così, lo sappiamo. Ma se l’educatore ha seminato qualcosa di buono nel cuore del ragazzo, anche dopo molto tempo qualcosa raccoglierà. È un lavoro di pazienza. A maggior ragione in un’epoca dove sono venute meno le ideologie e i tradizionali punti di riferimento, i giovani sono meno soggetti a condizionamenti esterni, mentalmente liberi, e hanno bisogno più che mai di constatare con mano il valore dello loro scelte ed eventualmente dei loro fallimenti.


di Giovanni Capurso

 


Pubblicato da La Redazione

Aggiungi un commento


Aiutaci a sapere se sei un essere umano o un robot.
Per questioni di sicurezza informatica, digita nel campo "codice di sicurezza" il codice alfanumerico che leggi nell'immagine qui sotto.

captcha codice

Archivio storico