L'autodafé della bellezza

Pubblicato il 12/05/2019

Siamo invasi da bruttezza: palazzi senz’anima, strade imbrattate. I palinsesti televisivi abbondano di programmi spazzatura. Non sappiamo più cosa realmente mangiamo. La grandi manifestazioni dedicate all’arte sono piene di installazioni autoreferenziali che la gran parte dei visitatori non capisce. Insomma siamo percorrendo la via di un inesorabile autodafé del bello.

“Gli uomini - scriveva il filosofo Walter Benjamin - stanno vivendo la loro decadenza come se fosse un'esperienza estetica”. Non si tratta semplicemente di cattivo gusto, ma di una mancanza di senso, una zona grigia che si allarga a macchia d’olio negli animi. Parliamo di un'emorragia che coinvolge ogni ambito dell’esperienza umana: la cultura e i mass media, il parlare, l’andare in vacanza e il vestire, la gestione del tempo libero, il rapporto con il paesaggio e con la natura.

Se dovessimo chiedere a un artista contemporaneo cosa debba suscitare un’opera d’arte, forse non risponderebbe “il gusto del bello”, ma che deve “provocare”, “sorprendere”. Che senso può avere una risposta del genere? Basta andare sui social, sono pieni di video e filmati che provocano fino all’orrido o alla violenza gratuita.

Se dunque la risposta fosse nella semplice trasgressione, l’arte contemporanea verrebbe battuta sul nascere. Purtroppo oggi buona parte di essa è radicalmente incapace di produrre bellezza. Più che mai c’è bisogno di essa e i produttori di arte, condizionati dalla logica utilitaristica e dal profitto,  non sono più capaci di offrirne. Si è imposto il bisogno pratico, funzionale, orientando i desideri umani al mero consumismo. Abbiamo accesso a una sovrabbondanza di beni e svaghi, ma abbiamo perso quasi del tutto la sensibilità al bello.

Nell’antichità greca alla bellezza, intesa pitagoricamente come armonia delle forme, e come ci è stata insegnata dai suoi principali filosofi(Socrate, Aristotele, Platone), si attribuiva il compito di guidare  i giovani a una vita virtuosa e buona, affinché fossero spinti a “contemplare la Bellezza nelle attività umane e nelle leggi, e a vedere come essa è dappertutto affine a se stessa”( Simposio, 209 e-212 c), nella certezza di poter accedere alla pienezza della virtù per gradi di conoscenza, dalla bellezza fisica fino alla perfezione della bellezza in sé. Essa aveva il compito di elevare l’uomo dalla realtà sensibile a quella eterna e immutabile. Da questo punto di vista, gli autori greci, legavano indissolubilmente καλὸς καὶ ἀγαθός, bello e buono, per definire ciò che è degno di ammirazione e di imitazione.

A tal proposito c’è un duplice aspetto da tenere in considerazione: statico e dinamico. Il bello dovrebbe provocare la domanda, dovrebbe suscitare stupore, contemplazione, ma al contempo movimento, impeto e ardore di avvicinarsi ad esso. Il bello suggerisce, smuove, ci attrae verso l’unità. Di fronte al bello si percepisce la sproporzione tra la nostra pochezza e il tutto presente nell’armonia profonda che regna nelle cose. Il bello è, quindi, richiamo a qualcosa d’altro. Sarebbe sciocco rimanere sul segno visibile dell’opera senza cercare d’andare oltre. Sarebbe come se ci regalassero dei fiori e non cercassimo di capire chi ce li ha regalati. È quello che accade dianzi a una tela di Caravaggio o a una cattedrale gotica e le sue guglie slanciate verso il cielo: rimaniamo abbacinati, rimaniamo ad ammirarli.

La bellezza non è dunque un ornamento. È una forma di salvezza e insieme una categoria morale e la perdita di essa costituisce il campanello d’allarme di una terribile catastrofe estetica ed assieme spirituale. La sua mancanza è sintomo di degrado innanzitutto interiore. Ecco perché, come diceva Albert Camus nella parte finale de L’uomo in rivolta, i valori estetici sono necessari per ogni vera rivoluzione:

“La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei. La sua norma, che nell'atto stesso di contestare il reale gli conferisce unità, è anche quella della rivolta. [...] Mantenendo la bellezza, prepariamo quel giorno di rinascita in cui la civiltà metterà al centro delle sue riflessioni, lungi dai princìpi formali o dai valori sviliti della storia, quella virtù viva che fonda la comune dignità del mondo e dell'uomo, e che dobbiamo ora definire di fronte a un mondo che la insulta”.

L’arte e il bello possono ancora risollevarci da questo stato. Esse, come affermava Dostoevskji, devono ritornare ad essere una “finestra che dà sull’infinito”, capaci di risollevarci dalle miserie e dallo squallore che viviamo. Per far ciò deve anche ritornare ad essere oggetto di ispirazione partendo dal quotidiano, riscoprendola dalle cose semplici. 


di Giovanni Capurso


Pubblicato da La Redazione

Aggiungi un commento


Aiutaci a sapere se sei un essere umano o un robot.
Per questioni di sicurezza informatica, digita nel campo "codice di sicurezza" il codice alfanumerico che leggi nell'immagine qui sotto.

captcha codice

Archivio storico