Einstein e Tagore: un incontro da ricordare

Pubblicato il 19/08/2017

Correva l’estate del 1930, il 14 luglio per l’esattezza, quando nella sua casa di campagna alla periferia di Berlino, Albert Einstein, Nobel per la fisica, riceveva in visita il filosofo e poeta indiano Rabindranath Tagore (Calcutta 6 maggio 1861 - 7 agosto 1941), premio Nobel per la letteratura. Incontro favorito da un’amicizia in comune, quella con il dottor Mendel, il quale aveva prontamente intuito le straordinarie potenzialità di riflessione che sarebbero emerse da un dialogo vis-à-vis tra i due celebri pensatori.
In quell'occasione Einstein e Tagore parlarono della realtà e delle relazioni tra la materia e la coscienza dell’uomo; Einstein, come rappresentante della scienza dell’Occidente, affermava che la realtà (cioè la materia, secondo la rappresentazione della scienza occidentale) esistesse indipendentemente dall’esperienza e dalla coscienza. La materia è primaria, mentre la coscienza è un prodotto della materia progredita.
In obiezione alla posizione di Einstein, Tagore difendeva il punto di vista dei filosofi dell’antico Oriente e parlava dell’Uomo universale, che contiene dentro di sé l’armonia razionale degli aspetti soggettivi e oggettivi della realtà. Solo l’Uomo universale è in grado di conoscere la realtà come una verità assoluta, che egli stesso rappresenta. La materia studiata dalla scienza occidentale è relativa e illusoria.


Il dialogo tra Oriente e Occidente
È passato quasi un secolo da questo famoso incontro e dal dialogo successivo tra la scienza di frontiera e la spiritualità intesa come ricerca sono nate nuove idee speculative, come quella del vuoto fisico, che non solo include la coscienza nel quadro del mondo, ma indica anche il ruolo determinante di una certa realtà superiore nella nascita della materia solida dal nulla. La realtà superiore viene analizzata da una serie di ricercatori come Supercoscienza, Supermente o Dio (Uomo universale). Va sottolineato che l'idea del vuoto fisico, dal punto di vista strettamente contenutistico, non è una “nuova teoria”, poiché migliaia di anni fa, in Oriente, si affermava che tutti gli oggetti materiali provengono dal “Grande Vuoto”, dal vacuum fisico, come direbbero oggi i fisici contemporanei.
La differenza tra gli antichi saperi d’Oriente e la scienza contemporanea sta nell’approccio all’oggetto di studio. La scienza occidentale utilizza, fondamentalmente, l’approccio induttivo, che prevede lo studio sperimentale di singoli fenomeni con la successiva costruzione di una teoria generale in grado di collegarli. Il pensiero orientale, invece, predilige il metodo deduttivo: il fenomeno viene studiato nella sua globalità, senza l’esame preliminare di singole sue parti. Questi due approcci diversi formano diverse visioni del mondo e, di conseguenza, diverse culture: pensiamo solo al fattp che i ricercatori occidentali si autodefiniscono “scienziati”, mentre in Oriente i ricercatori si sentono “cercatori”.
Dicotomia profonda, antica, che si esprimeva perfettamente nelle due figure, una dirimpetto l’altra: quella del teorico dei nuovi orizzonti scientifici e quella del poeta e cantore dell’anima. Ma più che ciò che divideva emerse ciò che accomunava: un insaziabile amore per la sapienza, una condivisa passione per lo scibile, una rinnovata fiducia in ciò che appariva diverso e distante.


Pubblicato da La Redazione

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