Incerti, flessibili, ma soprattutto liquidi

Pubblicato il 31/12/2017

Incerti, flessibili, ma soprattutto liquidi


di Romano Trabucchi




Zygmunt Bauman è un sociologo di origine polacca e uno dei più noti e influenti pensatori viventi. È uno degli interpreti più originali e ascoltati del nostro tempo. Professore emerito di sociologia nelle università di Leeds e Varsavia, è autore molto prolifico. In italiano, sono oltre una decina i suoi libri.
Fra quelli più letti ricordiamo La società dell’incertezza (1) e Intervista sull’identità (2). Dalla sua produzione si ricava un’analisi penetrante, molto documentata e critica dei diversi aspetti della società tardo-moderna, di cui la globalizzazione costituisce l’elemento centrale.
Per Bauman la nostra vita sociale è caratterizzata, diversamente dal passato, da profonda instabilità degli eventi, da mutamenti repentini e imprevedibili, da incertezza esistenziale degli individui, dalla frammentazione delle loro identità. Tutti questi elementi fanno sì che non sia più possibile utilizzare le stesse categorie che sono state impiegate per spiegare la società industriale che egli appunto definisce, in contrapposizione a quella attuale, solida.
Alla base di queste caratteristiche ci sono alcuni grandi fenomeni nuovi: la crisi dei sistemi politici nazionali, la deregolamentazione dei mercati finanziari, lo sviluppo del mercato globale, l’aumento delle povertà e delle disuguaglianze a livello planetario, gli effetti dell’applicazione sistematica delle tecnologie informatico-comunicazionali e via dicendo.
La società di oggi affronta una crisi che si può ritenere permanente. I flussi incessanti di merci, capitali, immagini, idee, migranti mettono in crisi continuamente l’organizzazione sociale.
Il termine usato da Bauman per descrivere l’insieme di queste situazioni è, appunto, liquido: precario, incerto, flessibile, turbolento, instabile, effimero, volatile, transitorio e via dicendo ne sono sinonimi. Ma l’aggettivo liquido è particolarmente significativo. I liquidi, infatti, a differenza dei corpi solidi, non mantengono una forma propria. Essi sono sempre inclini a cambiarla e a muoversi con estrema facilità.
A differenza dei corpi solidi che mantengono una forma propria e definite dimensioni (e, quindi, stabilità nello spazio e nel tempo), i liquidi si muovono con estrema facilità. È come se i solidi, con la loro fissità, annullassero il tempo, mentre, per i liquidi, esso è un elemento che condiziona la loro struttura e la loro conoscenza. È nel tempo che si registrano le diverse posizioni del liquido.
È per questo che il tempo diviene la categoria fondamentale della società liquida, in quanto società del cambiamento continuo. Una società, dunque, può essere definita liquida se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano in continuazione e, spesso, prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi (radice da solido) in abitudini e procedure: processi, strategie di vita e di lavoro, comportamenti invecchiano rapidamente e diventano obsoleti, prima che gli stessi attori abbiano la possibilità di apprenderne completamente tutte le implicazioni.
Sono almeno tre i libri recenti di Zygmunt Bauman che riportano nel titolo l’aggettivo liquido: Modernità liquida (3), Amore liquido (4) e ora, appena uscito, Vita liquida (5).
Una sorta di “trilogia” (non programmatica e sequenziale) che raccoglie analisi e considerazioni sui vari aspetti della vita nella società liquido-moderna: il potere, il consumismo, le paure, la sicurezza, i rapporti umani, la città, la cultura, la xenofobia e via dicendo. Bauman prende spunti dalla letteratura, dai fatti di cronaca, dalle vicende mondiali, dai film, dalla stampa.
Ciascuno degli aspetti analizzati offre uno squarcio sulla nostra attuale condizione e, soprattutto, sulle minacce e opportunità che tale condizione comporta per la prospettiva di rendere il mondo un po’ più ospitale per l’uomo.
È evidente che la condizione liquido-moderna ha pesanti ripercussioni sull’esperienza dell’uomo, sul suo apprendimento, sulla stessa percezione della continuità della sua vita: il rapporto fra presente, passato e futuro è sempre più problematico. In ogni settore ipotizzare l’andamento del futuro sulla base delle esperienze pregresse è sempre più rischioso. Occorre imparare a camminare sulle sabbie mobili.
“Lo slogan dei nostri tempi è la flessibilità: qualsiasi forma deve essere duttile, qualsiasi situazione temporanea, qualsiasi configurazione suscettibile di ri-configurazione” (6).
Fra i tanti argomenti affrontati da Bauman ne consideriamo tre che danno un’idea della vastità delle sue analisi e, nello stesso tempo, della sua capacità di attenzione ai valori e della sua “passione” per l’uomo.

Formazione continua al mercato e... alla “cittadinanza”
Siamo tutti consapevoli che nella società liquido-moderna, formazione e apprendimento debbano essere permanenti e protrarsi per tutta la vita. Oggi il lifelong learning e la lifelong education (l’antica paideia dei greci) non possono essere concepite che permanenti perché “la ‘costituzione’ dei sé o delle personalità è impensabile in qualsiasi altro modo che non sia quello di una ri-formazione costante e perennemente incompiuta” (7).
Nella società della conoscenza la crescita impetuosa del¬le nuove conoscenze e la velocità con cui le abilità acquisite perdono di valore, rischiano di esporre le persone all’emarginazione dal mercato del lavoro.
Ma c’è un aspetto importante che Bauman sottolinea e che non ha a che fare con la formazione continua e permanente ai mutamenti del mercato e dell’economia, ma può servire per rendere il mondo che cambia rapidamente quel luogo più ospitale per l’umanità da lui auspicato.
Occorre, cioè, evitare che l’economia e le imprese multinazionali, che ne sono i centri condizionanti, monopolizzino l’esistenza dei cittadini e costituiscano il loro esclusivo orizzonte di vita.
Perciò, ci ricorda il nostro sociologo che c’è anche una formazione continua che tocca lo spazio pubblico e i valori civili: c’è, in altre parole, una formazione alla cittadinanza.
Considerazione che è di grande attualità per noi italiani, come scrivono Henry A. Giroux e Susan Sears Giroux (autori da lui citati): “Per molte persone, oggi, la cittadinanza si è ridotta all’atto di comprare e vendere merci (tra cui i candidati), anziché mirare ad ampliare il raggio delle loro libertà e dei loro diritti in modo da espandere il funzionamento di una democrazia sostanziale” (8).
Quando la gente si allontana dalla politica e vince l’apatia politica, la democrazia è a rischio. Perché l’ignoranza, l’incertezza e la paura dei cittadini (e mai come oggi il capitale di paura può essere impiegato per qualsiasi genere di profitto sia economico che politico!) favoriscono gli aspetti più arbitrari di chi detiene il potere. Il problema è rendersi conto che le libertà e i diritti dei cittadini non sono acquisizioni date per sempre. E che anch’esse vanno aggiornate, ripensate, adeguate ai tempi, interpretate nei nuovi contesti sociali: e occorrono per questo persone impegnate, competenti e aperte ai problemi della società. In altre parole, è importante rendersi conto che di fronte ai continui mutamenti del mondo attuale, così carico di problemi complessi e drammatici, si rimane indietro anche sul piano civile e politico.
Soltanto che questo tipo di “obsolescenza”, che all’individuo appare meno rilevante perché meno legata ai suoi interessi vitali immediati, può avere conseguenze pesanti sul¬l’intera società e sulla sua capacità di progettare e controllare il futuro.
Basterebbe considerare i risultati delle indagini raccolte dagli stessi Giroux sulla mancanza di informazioni dei cittadini americani a proposito dell’Iraq e della politica americana nei confronti di questo martoriato paese. La formazione continua dei cittadini in quanto tali serve dunque a sviluppare quel¬l’o¬spitalità che è sinonimo di umanità.
Questo è un tema sul quale Bauman insiste nei suoi ultimi libri: la crisi della politica e i rischi che corrono le democrazie contemporanee che hanno a che fare con cittadini spinti a isolarsi nelle loro vicende private e caratterizzati da quel senso di “solitudine”, di precarietà e di sfiducia esistenziale che fanno il gioco delle élite al potere.
Di questi problemi egli parla, tra l’altro, in La solitudine del cittadino globale (9). La democrazia ha bisogno della partecipazione dei cittadini e della loro condivisione di idee e di valori, soprattutto in un momento in cui i problemi hanno dimensioni globali e trascendono l’organizzazione territoriale della vita sociale. Proprio perché l’agorà diventa globale, la discussione, il confronto e il controllo pubblico si fanno difficili e i pericoli di omologazione aumentano. Oggi i cittadini sono informati su tutto, ma sono anche distaccati da tutto; rimangono apatici ed estranei a quanto avviene nel mondo. La loro partecipazione agli eventi è solo “emotiva”.
Mancano la loro capacità di valutare e la loro spinta ad agire. Bauman così concludeva un suo intervento nel marzo del 2004: “Oggi siamo tutti spettatori globali, testimoni oculari del male inflitto agli esseri umani ovunque nel mondo. Non ne sentiamo soltanto parlare. Vediamo il male nel momento in cui viene compiuto. Nella replica quotidiana del dramma mondiale dell’umana sofferenza siamo scaraventati nel ruolo di spettatori… Essere spettatori significa esporsi a una gigantesca sfida etica”.
Cosa implica raccogliere questa sfida?


L’amore liquido
In Amore liquido Bauman esamina l’attuale fragilità dei legami affettivi. L’oggetto del libro sono i rapporti umani (sul lavoro, in azienda, con gli amici, in società, con il partner).
Il mondo liquido-moderno è caratterizzato dall’individualismo esasperato grazie al quale le relazioni diventano le più diffuse, acute, sentite e sgradevoli incarnazioni del¬l’ambivalenza. Nota il nostro autore che le relazioni sono uno dei principali motori dell’odierno boom delle consulenze, perché esse sono talmente complesse e difficili da sbrogliare che è raro che gli individui ce la facciano da soli. Uomini e donne si sentono abbandonati a se stessi. Si sentono degli oggetti a perdere e cercano sicurezza. Come ogni altro fenomeno della società liquido-moderna, anche le relazioni umane sono provvisorie, precarie e instabili.
Inoltre - sottolinea Bauman - per quanto riguarda i loro rapporti, uomini e donne parlano sempre più spesso di “connessioni”, di “essere connessi”: anziché parlare di partner, preferiscono parlare di “reti” (network).
Il termine “rete” indica un contesto in cui è possibile con pari facilità entrare e uscire, mentre la relazione implica reciproco impegno e sottolinea i rischi, i problemi e le angosce del vivere insieme! “Rete” suggerisce momenti in cui si è “in contatto”, intervallati a periodi di libera e autonoma navigazione. In conclusione, si privilegiano le connessioni come “relazioni virtuali” a quelle reali! Anche qui la provvisorietà caratterizza queste relazioni.
Del resto - si chiede Bauman - come può un individuo, esortato incessantemente ad accettare le novità infinite del mercato, essere poi disposto a lavorare a lungo su una relazione? Le promesse di impegno non hanno senso nel lungo termine per ogni tipo di rapporto, da quello di lavoro a quelli amorosi.
Al pari del lavoro vecchio stile che oggigiorno si è frantumato in una serie di occupazioni flessibili, impieghi saltuari o progetti a breve termine, il matrimonio vecchio stile è sostituito da un modello flessibile, part-time di “stare insieme”: una sorta di “relazione tascabile” pronta all’uso, che richiede pochissimo investimento e che è facilmente “smaltibile”.
Conclude Bauman che il mercato “proietta l’ombra gigantesca del consumismo sull’intera Lebenswelt” (10). In questo scenario fluido (liquido), in cui la “sindrome consumista” ha posto il valore della novità al di sopra di quello della durata, anche il partner a un certo momento è da cambiare come la vecchia auto o il computer obsoleto.
Anche nelle relazioni, la società dei consumi rende permanente l’insoddisfazione e legittima il cambiamento: un cambiamento che diventa ossessivo, compulsivo. Come per i normali consumi, la fedeltà diviene motivo di imbarazzo, anziché di orgoglio.
Diciamo la verità: siamo tutti consumatori nella società dei consumi: siamo tutti nel mercato e sul mercato, clienti e merci. Pertanto “non c’è da stupirsi se l’uso/consumo di rapporti si adegua, e rapidamente, al modello dell’uso/consumo di automobili, ripetendo il ciclo che comincia con l’acquisto e termina con lo smaltimento dei rifiuti” (11).


Vita precaria degli immigrati: paure e insicurezza
Citiamo un altro tema dell’analisi di Bauman sul quale egli ritorna con frequenza nei suoi libri: quello delle situazioni dei profughi e degli immigrati, i quali tentano di sopravvivere oltre i confini dei loro paesi di origine in luoghi extraterritoriali. “I profughi sono diventati l’epitome di quell’extraterritorialità in cui affondano le radici dell’odierna precarietà della condizione umana la causa prima delle paure e ansie dell’uomo moderno. Paure e ansie che generano un sentimento popolare di rabbia e paure nei confronti dei rifugiati” (12).
Nella situazione dei profughi si sommano in una forma estremizzata e, quindi, più evidente le caratteristiche della vita liquido-moderna, come la permanenza della transitorietà, la mancata definizione di un ruolo sociale, il vuoto socio-politico in cui vivono e via dicendo.
Afferma Bauman che, in un certo senso, i campi profughi sono laboratori in cui (forse involontariamente, ma non per questo meno efficacemente) il nuovo modello liquido moderno permanentemente transitorio di vita venga messo alla prova e reiterato.
“Verrà forse un tempo in cui scopriremo il ruolo di avanguardia degli odierni rifugiati - in cui esploreremo il sapore della vita nei non-luoghi e la pervicace permanenza della transitorietà che potrebbe diventare l’habitat comune dei cittadini di questo nostro pianeta globalizzato e pieno” (13).
Ma i migranti (profughi, rifugiati e via dicendo) sono anche la metafora dell’esclusione e del “rifiuto” di una società cha ha a cuore, troppo spesso solo a parole, la dignità umana.
Il migrante che non trova una propria identità e una propria patria è assimilabile a un prodotto di scarto. È stato notato, a proposito del giovane romeno morto recentemente nel milanese intrappolato in un cassonetto raccoglitore di abiti usati, che in quella morte c’è qualcosa di simbolico per quanto riguarda queste vite ai margini che finiscono per spegnersi in un deposito di cose dismesse e buttate. È la vita che viene buttata come un rifiuto, una vita a perdere come una merce usata.
Vite di scarto è un altro titolo significativo della recente produzione di Bauman, dedicato a quelli che egli chiama i “rifiuti della modernizzazione”, che la globalizzazione ha accentuato e moltiplicato: i reietti, i rifugiati, i migranti, ma anche i disoccupati, i precari: il grande e crescente esercito di persone che sono private dei loro modi e mezzi di sopravvivenza.
“La modernità liquida è una civiltà dell’eccesso, dell’esubero, dello scarto e dello smaltimento dei rifiuti” (14). Qui è l’idea stessa di “essere umano” che viene messa in gioco! 
Abbiamo bisogno di ripensare con categorie nuove i processi della globalizzazione e, soprattutto, di riconsiderare come i principi di democrazia e libertà possano oggi essere attuati in un mondo che non ha più le certezze e le dimensioni degli stati nazionali territoriali. Questo è, forse, il messaggio più importante di Zygmunt Bauman: il suo richiamo e l’invito a tutti noi.


(1) Bauman Z., La società dell’incertezza, Il Mulino, 1999.
(2) Bauman Z., Intervista sull’identità, a cura di Benedetto Vecchi, Editori Laterza, 2003.
(3) Bauman Z., Modernità liquida, Editori Laterza, 2002.
(4) Bauman Z., Amore liquido, Editori Laterza, 2004.
(5) Bauman Z., Vita liquida, Editori Laterza, 2006.
(6) Ibidem, pag. 103.
(7) Ibidem, pag. 134.
(8) Ibidem, pag. 144.
(9) Bauman Z., La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, 2000.
(10) Vita liquida, op. cit. pag. 95.
(11) Bauman Z., Vite di scarto, Editori Laterza, 2005, pag. 153.
(12) Amore liquido, op. cit. pag. 192.
(13) Ibidem, pag. 203.
(14) Vite di scarto, op. cit. pag. 120.


Pubblicato da La Redazione

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