Il desiderio amoroso nel Fedro

Pubblicato il 09/02/2018

In un passo poco noto del Fedro, lo splendido dialogo platonico dedicato alla parola persuasiva e all’amore (due temi solo in apparenza lontani), Socrate, maestro magnetico e paradossale, il meno saggio tra i filosofi innalzato dalla tradizione come il sommo rappresentante della saggezza, parla di se stesso con una formula che forse è la sua descrizione più bella: «l’innamorato dei discorsi».


Al giovane Fedro, Socrate si presenta esattamente come «uno che ha la malattia di ascoltare i discorsi»: i logoi amati da Socrate nella sua particolarissima “malattia” che è poi la filosofia stessa (potremmo dire: la vocazione del filosofo, simbolicamente rappresentata dal “demone” che lo accompagna come in una “divina mania”) sono da Socrate scandagliati attraverso il fondamentale strumento della dialettica. Socrate è attento ai logoi di qualsiasi foggia essi siano fatti, ovvero che siano filosofici o meno: dialoghi tra amici radunati per un banchetto o chiacchiere di passanti per strada, discorsi costruiti ad arte per persuadere in tribunale o nel foro, parole mirate alla ricerca della verità o tendenti invece a qualche fine più concreto. Come nel caso del discorso che Fedro ha appena ascoltato dalle labbra di Lisia, l’abilissimo retore che cerca di convincere il ragazzo – con qualche secondo fine, chissà – che è molto meglio ignorare chi ti ama per concedersi, invece, a chi non è affatto innamorato di te.


E qui entra in gioco Socrate, con tutta la sua ironia e sapienza paradossale. Prima di spiegare all’entusiasta e volubile Fedro cosa veramente è l’amore – e in che modo straordinario si intreccia con la ricerca della verità – attraverso la notissima metafora dei due cavalli e dell’auriga al governo dell’anima, Socrate ripropone lo stesso discorso di Lisia, ma trasformandolo in meglio. Quasi a dimostrare che la retorica è sì uno strumento potentissimo e di difficile gestione, dal momento che ha per obiettivo principale quello di «guidare le anime», ma che può facilmente essere indirizzata alla verità, imbrigliata come fosse un cavallo recalcitrante. Se solo si conoscono le regole fondamentali della dialettica, unica via per ragionare bene. Questo è precisamente il compito della filosofia.


Come ha sostenuto Giovanni Reale, proprio commentando il Fedro, il filosofo può dirsi tale solo se sa “scrivere” «le cose di maggior valore nell’anima degli uomini». E del resto è dagli uomini e dal loro ragionare libero, il più possibile democratico e dialogico, che si apprendono le lezioni più importanti. «Io amo imparare – dice Socrate – e i campi e gli alberi non vogliono insegnarmi nulla, come fanno invece gli uomini nella città.»


Come dice Fedro a Socrate nelle pagine finali del dialogo, è bellissimo il gioco che Socrate ci insegna: dividere o accostare i diversi concetti per essere in grado di parlare e di pensare correttamente. «Impiegando la tecnica dialettica, trovata un’anima adatta, si piantano e seminano discorsi accompagnati da scienza, capaci di portare aiuto a se stessi e a chi li ha piantati e non infruttuosi, ma contenenti un seme, da cui germoglieranno in altre indoli altri discorsi, capaci di rendere sempre immortale questo seme assicurando a chi lo possiede la massima felicità̀ possibile a un uomo».


È il gioco serissimo della filosofia, che – ci insegna Platone – si trasmette da un individuo all’altro, attraverso sguardi e parole. Come l’amore.


Pubblicato da La Redazione

Aggiungi un commento


Aiutaci a sapere se sei un essere umano o un robot.
Per questioni di sicurezza informatica, digita nel campo "codice di sicurezza" il codice alfanumerico che leggi nell'immagine qui sotto.

captcha codice