In serbo. Di Milica Marinkovic

Pubblicato il 15/05/2019

In serbo. Di Milica Marinković

 

Al Salone del libro di Torino si possono fare incontri interessanti. Così, casualmente. È il caso del libro In serbo di Milica Marinković, pubblicato di recente dall’editore Les Flâneurs Edizioni, in quanto si appoggia su un contesto attraverso cui si dipana la vicenda personale dell’autrice. Le storie migliori infatti sono quelle che raccontano di se stessi, perché in fondo la propria storia è l’unica che si conosce realmente.

Nella triste primavera di venti anni fa, l’Italia viene attraversata da un dibattito che lacera le coscienze. Dalle basi di Aviano e Gioia del Colle, in accordo con la Nato, dopo una diffamatoria campagna massmediatica, partono gli aerei che avrebbero fatto cadere tonnellate di bombe sul territorio serbo. Dietro lo slogan della “guerra umanitaria”, questo intervento militare tradisce di fatto lo spirito della nostra Costituzione pacifista e che l’autrice del libro chiama giustamente “aggressione”: “una parte attaccava e l’altra che cercava di proteggersi” (p.36).

Un popolo maltrattato, violentato, vilipeso fa da cornice al libro di Milica, che nel bel mezzo dei bombardamenti compie i suoi dodici anni. Dopo aver fatto l’esperienza della dissoluzione della Jugoslavia del 1991, quand’era bambina, come “un’ombra che ti fissa da lontano” e “ti segue ovunque, ti angoscia” (p.24), ora cerca scampo con la sua famiglia nel bosco, preferendolo ai rifugi sotterranei. Qui le persone che arrivano alla spicciolata solidarizzano, stringono legami, cercano di trovare la normalità, e i bambini cercano di trovare nuovi giochi.

Per tutta la primavera di questa guerra “che veniva dall’alto” (p.35), Milica si nasconde in una piccola casetta, che per lei diventa il luogo in cui regna la più grande pace del mondo.

In un tempo sembra sospeso, si affaccia l’affabulatrice bisnonna, la “nana”, che racconta alla piccola comunità quelle storie che sono capaci, come per i bambini che devono tranquillizzarsi prima di andare a letto, di distogliere lo sguardo dalla cruda realtà. Sono “quei fatti dei vecchietti che io pure vedevo in giro e che non riuscivo a immaginare da giovani” (p.69).

È un’occasione nella quale si delineano i nessi fra quello che accade nel Paese e quella condizione umana, esistenziale e storica capace di rivelare il volto intimo e screziato dell’anima serba. Quest’ultimo aspetto lo lascio scoprire al lettore.

 

Di Giovanni Capurso


Pubblicato da La Redazione

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