Parlare al sangue che bolle. Un don Giussani maestoso e tremendo

Cultura    19/01/2016

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Questa intervista ha una maestà imperiosa. Dolcissima e tremenda. Di solito in qualsiasi lavoro giornalistico resta l'impronta, la mediazione più o meno letteraria e narcisistica di chi firma il colloquio. Mi è capitato di rileggerla per caso, ma il caso non esiste, è un altro nome della grazia, e giuro non è uscita da me, proprio non mi appartiene. Ma ritengo che questa intervista sia oggi il ritorno della stella. Come la cometa dopo un'orbita che l'aveva tolta dalla vista, essa è una luce benedetta. E chi non vede è cieco. Mi resta in mente la voce di don Giussani, quando disse «ribollire il sangue!». Ribolliva il suo sangue.

Per un po' di memoria. Questa intervista non era programmata, niente registratore, appunti su un angolo di giornale. Ebbe tre momenti. Due-tre volte a Sanremo (mi aveva invitato dove risiedeva durante l'inverno, in una casetta a mezzacosta, e io seguivo da giornalista il festival di Sanremo) e poi a Gudo Gambaredo. Appunti sistemati con l'aiuto di Alberto Savorana che era presente, insieme a Gisella Corsico, a quegli incontri (li ringraziai nel libro che raccolse questa intervista, Un caffè in compagnia). Spedii dieci pagine a don Giussani, molto titubante, non volle toccare una parola. Sono ancora oggi colpito dalla forza estrema di un uomo sfinito, che vedeva il suo corpo disfarsi e il suo "io" sempre più una cosa sola con il Mistero e i suoi figli spirituali. Ricordo molto bene come don Giussani dopo il secondo colloquio dovette ritirarsi perché non riusciva più a parlare. Gisella venne da Alberto e da me e ci riferì qualcosa come: «Mi ha detto: "Ah, se avessi ancora le forze, come vorrei aiutarli giorno per giorno"». (Renato Farina)

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