Parlare al sangue che bolle. Un don Giussani maestoso e tremendo

Cultura    19/01/2016

2057 Commenti

Questa intervista ha una maestà imperiosa. Dolcissima e tremenda. Di solito in qualsiasi lavoro giornalistico resta l'impronta, la mediazione più o meno letteraria e narcisistica di chi firma il colloquio. Mi è capitato di rileggerla per caso, ma il caso non esiste, è un altro nome della grazia, e giuro non è uscita da me, proprio non mi appartiene. Ma ritengo che questa intervista sia oggi il ritorno della stella. Come la cometa dopo un'orbita che l'aveva tolta dalla vista, essa è una luce benedetta. E chi non vede è cieco. Mi resta in mente la voce di don Giussani, quando disse «ribollire il sangue!». Ribolliva il suo sangue.

Per un po' di memoria. Questa intervista non era programmata, niente registratore, appunti su un angolo di giornale. Ebbe tre momenti. Due-tre volte a Sanremo (mi aveva invitato dove risiedeva durante l'inverno, in una casetta a mezzacosta, e io seguivo da giornalista il festival di Sanremo) e poi a Gudo Gambaredo. Appunti sistemati con l'aiuto di Alberto Savorana che era presente, insieme a Gisella Corsico, a quegli incontri (li ringraziai nel libro che raccolse questa intervista, Un caffè in compagnia). Spedii dieci pagine a don Giussani, molto titubante, non volle toccare una parola. Sono ancora oggi colpito dalla forza estrema di un uomo sfinito, che vedeva il suo corpo disfarsi e il suo "io" sempre più una cosa sola con il Mistero e i suoi figli spirituali. Ricordo molto bene come don Giussani dopo il secondo colloquio dovette ritirarsi perché non riusciva più a parlare. Gisella venne da Alberto e da me e ci riferì qualcosa come: «Mi ha detto: "Ah, se avessi ancora le forze, come vorrei aiutarli giorno per giorno"». (Renato Farina)

Approfondisci

La Grecia e il mito della democrazia europea

Cultura    05/07/2015

100 Commenti

In quel crogiuolo di pensiero radicale e critico che fu il gruppo riunito intorno a Jeremy Bentham, nella Londra degli anni Trenta dell'ottocento, avvenne un passaggio epocale di modelli politici: dalla Roma repubblicana all'Atene periclea. Il Settecento fu romano, come ci spiegò Arnaldo Momigliano, sia quando fu mito imperiale e cesaristico sia quando fu mito repubblicano. E non fu democratico. Nonostante le rivoluzioni costituzionali settecentesche americana e francese avrebbero inaugurato la democratizzazione in occidente, esse non nacquero all'insegna della democrazia, il nome ancora allora di un pessimo governo. I padri fondatori americani pensavano con orrore alle assemblee democratiche e congegnarono rappresentanza e federalismo come strategie per imbrigliare il demos: sostituendo i delegati eletti ai cittadini in assemblea, e rompendo la sovranità nazionale nell'articolazione federale. Circa i francesi, come avrebbe scritto con la sua penna inconfondibile Carlo Marx, essi vestirono i panni degli antichi romani come a coprire la mancanza di un linguaggio loro proprio che servisse a denotare la loro rivoluzione. E come i concittadini di Catone e di Cicerore, anch'essi disdegnavano la democrazia e riponevano nella virtù dei pochi tutta la fiducia nel futuro della rivoluzione, la quale deragliò verso la tirannia dei virtuosi perché fatta nel nome di una libertà che doveva essere meritata e non lasciata a tutti.

Approfondisci

Archivio storico